Se una cittadinanza onoraria serve più a fare scena che altro

“Di tutte le cose che mi potevano capitare nella vita, non immaginavo un giorno di diventare milanese”, ha detto oggi lo scrittore Roberto Saviano mentre riceveva dalle mani del sindaco Giuliano Pisapia la cittadinanza onoraria di Milano.

E, in effetti, è una cosa inimmaginabile. Sia chiaro: non ce l’ho con Saviano – che tra l’altro è anche mio conterraneo, essendo originario di Caserta e non “napoletano” come molti giornali erroneamente continuano a scrivere. Ha avuto il merito di far capire a tutto il mondo cos’è davvero la camorra, il cui sapore amaro prima era conosciuto solo da Latina a Salerno.  Ha contribuito a “sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema”, come si dice spesso con locuzione abusata.

Ma continuo a non capire la decisione del consiglio comunale. E non per le ragioni, esclusivamente politiche, per le quali sono piovute critiche da parte di Pdl e Lega Nord.

Il punto è un altro: Saviano ha forse mai abitato a Milano? Ci ha forse studiato, lavorato? No. Il suo libro è ambientato qui? Nemmeno. Considerando che nel 2009 l’autore di Gomorra ha ricevuto la laurea honoris causa dell’Accademia di Brera (perché “i suoi scritti – si leggeva nelle motivazioni – assumono rilievo non solo dal punto di vista politico-sociale, ma anche dal punto di vista poetico”) qual è la ragione di questo nuovo riconoscimento?

Certo, a Milano le mafie ci sono eccome, si dirà. E che nel capoluogo meneghino investano, facciano affari, riciclino denaro lo dimostrano i diversi processi in corso. Ma allora viene da chiedersi perché non dare un riconoscimento diverso a chi cittadino di Milano lo è già, magari ad un giornalista milanese – e ce n’è più d’uno – che abbia scritto libri d’inchiesta sulla mafia a Milano. Forse non sono abbastanza famosi, mentre con Saviano l’apprezzamento della maggioranza della popolazione è assicurato?

E se proprio si vuole dare qualche cittadinanza onoraria, non sarebbe più sensato premiare qualcuno dei tanti stranieri che vivono stabilmente in Italia, che magari qui nel capoluogo meneghino hanno studiato, si sono laureati, creati una famiglia, aperti un’attività?

E’ un fatto simbolico in ogni caso, certo. Però la forma è sostanza, e quando è vuota rischia di diventare pericolosa.

Qualcuno ha sostenuto che si tratti di un modo per lavarsi la coscienza. Ho il timore che sia così.

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