Odi et amo, Milano. Dialogo pre-elettorale tra me e la mia coscienza. Sulla paura e altre storie.

Premetto: io non voto a Milano. Questo è solo il racconto di un episodio personale realmente accaduto, che mi ha suscitato molte domande. Che, in fondo, hanno a che vedere anche con la politica, con gli slogan elettorali, con l’esigenza di sicurezza e la necessità della multicultualità. Domande cui non pretendo di dare risposta. 

Giovedì sera, l’una di notte. Tornare da una serata al teatro cui si è partecipato per fare un’intervista per un servizio radio. E perché, in certe sere, stare a casa proprio non si può.

Riuscire ad arrivare alla stazione di Lotto, dopo essere salita all’ultimo secondo sull’ultimo treno della metro rossa. Intorno, quasi deserto.

In via Gavirate a un certo punto il marciapiede si restringe: le lamiere dei lavori in corso da mesi riducono lo spazio a metà, formando un corridoio stretto. Se tu arrivi da una direzione, e di fronte a te c’è una persona che arriva dall’altra, uno dei due deve fermarsi prima di imboccare la strettoia, lasciar passare l’altro e poi proseguire il cammino.

Succede che di fronte a me c’è un uomo, in apparenza quasi certamente non italiano, che ha già imboccato il corridoio. Proseguo anche io, ma faccio mezzo passo, poi torno indietro. Mi volto e, in un atomo di secondo, decido che continuerò a camminare. Perché è tardi, sono esausta, ho freddo e fretta. Solo che invece di prendere la strettoia del marciapiede, i miei passi si dirigono in mezzo alla strada, sulla carreggiata. Dove tanto, a quest’ora, passa un’auto ogni dieci minuti.

In un niente avevo pensato che se avessi proseguito tra le due pareti transennate, e quell’uomo mi avesse aggredito, avrei potuto anche gridare ma lì, in quel deserto del giovedì notte di un quartiere residenziale a Milano, nessuno mi avrebbe sentita. Perché accanto c’è solo una scuola, e di fronte, separati dalle due carreggiate e dal verde di un parco privato, degli appartamenti. Ché se pure qualcuno mi avesse sentita da casa, di certo non sarebbe uscito a salvare la sottoscritta. E avevo pensato che se, se pure fossi riuscita in tempo a sbloccare la tastiera del telefono e schiacciare il tasto di chiamata verso l’ultimo in ordine di tempo tra i “contatti recenti”, non avrei ricevuto risposta. (Che poi, non c’entra nulla, ma perché i telefoni moderni – o almeno il mio – mettono insieme la lista delle ultime chiamate e quella degli ultimi sms? Come se sentire la vivavoce dell’interlocutore o comunicare con lui con poche parole su un display fosse la stessa cosa. Come se scegliere tra il telefonare o l’inviare un sms non implicasse già una classificazione).

Incredibile, la mente umana: ho pensato tutte queste cose in mezzo secondo, interrotta dalla voce dell’uomo di fronte, che mi dice: “Signorina, ma di che hai paura? Guarda che non ti faccio niente”. 

Effettivamente non era italiano. Penso questo, mentre farfuglio qualcosa senza senso, in un goffo tentativo di scuse verso quell’uomo, prima che intervenga la mia coscienza. A farmi sentire stupida.  “Se fosse stato della tua stessa nazionalità, la percentuale di rischio di aggressione sarebbe forse diminuita? E ti rendi conto che con un gesto così lo hai offeso? E che magari stava tornando da chissà quale lavoro, per mantenere moglie e figli lontani, e sta andando a dormire in una casa vuota, lontano da dove vorrebbe essere?”. 

Mi accorgo di avere, con lui, più cose in comune di quanto avrei pensato. E che la paura è legittima, ma rende stupidi. E cattivi.

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One Response to Odi et amo, Milano. Dialogo pre-elettorale tra me e la mia coscienza. Sulla paura e altre storie.

  1. vale says:

    capitato proprio qualche ora fa … “E ti rendi conto che con un gesto così lo hai offeso? E che magari stava tornando da chissà quale lavoro, per mantenere moglie e figli lontani, e sta andando a dormire in una casa vuota, lontano da dove vorrebbe essere?” … e ciò è esattamente quello che ho pensato …

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