Quando l’artista risponde a domande che non si è mai posto

Cosa c’entrano il modo in cui dovremmo fare giornalismo ed una mostra di quadri e installazioni a Milano? Nulla, almeno nelle intenzioni degli autori delle opere esposte. Eppure, osservando una di quelle, ho trovato una mia – personale e parziale – risposta  alla domanda che da tempo gira in testa a chi si occupa di informazione.

La questione è: il giornalista è uno che racconta quel che accade in presa diretta, prestando i suoi occhi e le sue orecchie a chi, al momento dei fatti, era in ufficio? Oppure è uno che, avendo letto, studiato e riflettuto di più (il che, poi, è tutto da verificare) è pagato per spiegare agli altri come davvero va il mondo, per svelarne quelle connessioni altrimenti invisibili?

Scegliere una via piuttosto che l’altra non è solo una banale dichiarazione d’intenti. Influenza l’attività quotidiana di newsgathering del giornalista. Cioè di “filtro” delle notizie, di scelta circa l’importanza da dare ad ogni fatto. Se decidiamo di essere gli occhi e le orecchie del lettore, allora dobbiamo andare dove lui andrebbe. Ed ecco, quindi, che casi come Erika e Omar, Cogne, Avetrana hanno avuto un rilievo mediatico straordinario.

E’ scoppiata la moda del plastico e della ricostruzione con gli attori, e gli intellettuali hanno storto il naso, accusando i giornalisti di sacrificare l’etica sull’altare degli ascolti e delle copie vendute. Lo stesso succede, ovviamente, per la politica, dove quasi nessuno spiega più nulla: ogni resoconto è funzionale a convincere la gente che abbia ragione il capo di questo o di quell’altro partito. Ad aizzare, a colpi di scandali, le opposte tifoserie contro gli ultras della squadra avversaria.

Il rischio inverso è di porci come dei vati, custodi illuminati di una sapienza che supponiamo di avere solo noi. E di perdere di vista le domande che interessano davvero a chi, con la crisi economica, più che conoscere i dettagli dei festini di Arcore ha il problema impellente di arrivare a fine mese, di mandare i figli a scuola, di trovare un ospedale efficiente dove far curare i genitori anziani. Se, invece di drogare di pettegolezzi chi ci legge e ci guarda, li annoiamo con le nostre teorie filosofiche, forse non perdiamo credibilità, ma non ci facciamo comunque ascoltare, rimaniamo giradischi per le élite invece di essere strumento di raccordo tra governanti e governati.

Come ne usciamo?

A Milano, al civico 32 di via Farini,ha aperto da qualche mese una galleria che si chiama Brand New Gallery. E che (tanto per rimanere nel binomio Milano-Los Angeles costitutivo di questo blog) adesso sta ospitando le creazioni di alcuni artisti losangelini.

Tra cui i quadri di Raffi Kalendarian.

Sulla brochure che lo riguarda si legge:

L’artista dipinge giovani uomini e donne, parenti o amici, spesso in ambienti domestici. Essi sembrano in attesa di qualcosa o qualcuno, con i loro sguardi persi nel vuoto. 

Ecco, quelle persone con lo sguardo vuoto, i nostri parenti, i nostri amici, aspettano qualcuno che gli dia, o almeno ci provi, delle risposte, sì. Alle loro domande, però.

Ad esempio, i fatti di nera che sono diventati, in questi anni, dei casi eclatanti, hanno tutti una cosa in comune. Sono avvenuti in famiglia. La violenza bieca, cieca, immotivata tra consanguinei scatena turbamento in tutti, dalla bidella al rettore dell’università. E’ l’ancestrale odio per il proprio sangue, la rinnegazione della più antica cellula della società. E’ il ritorno alla tragedia greca. Bisognerebbe cercare di indagare sul perché ci stiamo tornando, è questa la domanda di fondo.

Così come bisognerebbe darci un taglio con le prime pagine e le aperture dei tg interamente dedicati all’harem di Berlusconi. Ché alla gente interessa, sì, ma forse, se ci fosse qualcuno che glielo spiega con parole chiare, gli interesserebbe di più sapere cosa comporta quella nuova legge pubblicata ieri in Gazzetta Ufficiale.

Insomma, tornando alla mostra, la risposta l’ho trovata in quest’altra opera:

Puoi portare un cavallo verso l’acqua ma non puoi costringerlo a bere.

Dovremmo dare ai lettori e agli spettatori dell’acqua fresca e chiara da cui abbeverarsi.

Poi, se vogliono restare a bocca asciutta, non possiamo farci nulla. Ogni società è come merita di essere. Ma quella italiana, ci voglio credere, ha tanta sete.

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